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5 min readChapter 1Asia

Il Regno Descritto

Secondo la credenza tibetana, il Monte Meru si trova al centro dell'universo, un asse sacro che collega il regno terrestre con i cieli. Questa montagna imponente, circondata dai quattro continenti, funge da punto focale dell'esistenza e da porta verso l'aldilà. Oltre il Monte Meru si estende il Bardo, uno spazio di transizione tra vita e rinascita, dove le anime navigano attraverso vari stati di coscienza. Il Bardo non è semplicemente un vuoto; è un regno vibrante pieno di manifestazioni della mente, dove i morti affrontano le proprie azioni passate e le conseguenze delle loro vite.

Nella cosmologia tibetana, l'aldilà è suddiviso in tre regni: il regno del desiderio, il regno della forma e il regno senza forma. Ognuno di questi regni rappresenta un diverso stato di esistenza, con il regno del desiderio che è il più vicino all'esperienza umana. Qui, gli esseri sono consumati dalle loro brame e attaccamenti, mentre il regno della forma offre un'esistenza più strutturata, libera dai desideri caotici del regno inferiore. Il regno senza forma trascende tutta la fisicità, offrendo liberazione dal ciclo del samsara, eppure rimane elusivo e difficile da raggiungere. Questa divisione tripartita riflette una comprensione più ampia dell'esistenza, illustrando come gli esseri evolvano attraverso vari stati di consapevolezza e attaccamento.

Quando le anime arrivano nell'aldilà, si trovano in un luogo di sepoltura celeste, un luogo sacro dove il corpo è offerto agli avvoltoi, simboleggiando il rilascio dello spirito dai suoi vincoli terreni. Questo atto non è semplicemente uno smaltimento della forma fisica, ma un rituale profondo che incarna la credenza nell'impermanenza della vita. In questa pratica, il corpo diventa un vaso per la continuazione della vita, nutrendo gli uccelli che volano nel cielo, facilitando così il viaggio dell'anima verso il regno successivo. L'atto di sepoltura celeste serve come una potente metafora per la trasformazione; enfatizza la credenza che la morte non sia una fine, ma una transizione, un passo necessario nel ciclo dell'esistenza.

La sepoltura celeste tibetana riflette un profondo rispetto per la natura e l'interconnessione di tutti gli esseri viventi. Incarna la credenza che la morte sia una trasformazione piuttosto che una fine. Mentre il corpo viene consumato dagli avvoltoi, l'anima è liberata dai legami del mondo fisico, permettendole di attraversare il Bardo e prepararsi per la sua prossima incarnazione. La vista degli avvoltoi che circolano sopra è un promemoria del ciclo della vita e della morte, dove ogni fine apre la strada a nuovi inizi. In alcune versioni del mito, gli avvoltoi sono visti come esseri celestiali, che guidano le anime defunte verso l'illuminazione, rafforzando l'idea che la morte sia un passaggio sacro.

La terra dei morti è spesso descritta come un vasto spazio, dove il paesaggio cambia in risposta ai pensieri e alle emozioni delle anime che lo abitano. In alcune tradizioni, è descritta come un terreno bello ma insidioso, pieno di visioni sia serene che terrificanti. Le anime che hanno vissuto virtuosamente possono incontrare giardini lussureggianti e ruscelli sereni, mentre coloro che sono gravati da karma negativo possono affrontare montagne oscure e fiumi in piena. Questo ambiente dinamico serve come riflesso delle scelte di vita dell'individuo, guidandoli verso la loro prossima fase di esistenza. Altre tradizioni descrivono il Bardo come un regno in cui il tessuto stesso della realtà è malleabile, plasmato dalle intenzioni e dalle azioni delle anime che lo navigano.

Il buddismo tibetano insegna che il viaggio attraverso il Bardo è costellato di sfide, dove le anime devono affrontare le proprie paure e desideri. Le esperienze all'interno di questo regno servono come uno specchio per la vera natura dell'anima, rivelando le conseguenze delle proprie azioni. Mentre l'anima attraversa il Bardo, incontra varie manifestazioni, alcune benevole e altre malevole, che rappresentano le complessità morali dell'esistenza. La capacità di navigare queste esperienze determina il percorso dell'anima, sia verso la liberazione che verso un ulteriore coinvolgimento nel ciclo della rinascita. Questo concetto rispecchia schemi mitologici più ampi presenti in molte culture, dove il viaggio nell'aldilà è descritto come una prova che mette alla prova le virtù dei defunti.

Come stabilito nel capitolo precedente, i governanti di questo regno, tra cui Yama, il Re dei Morti, svolgono un ruolo cruciale nel guidare le anime attraverso il loro viaggio. Yama sovrintende al processo di giudizio, assicurandosi che ogni spirito riceva l'opportunità di riflettere sulla propria vita e sulle scelte fatte. Questa governance è essenziale per mantenere l'equilibrio del karma, poiché le azioni dei vivi influenzano direttamente il destino dei defunti. In alcune varianti del mito, Yama è accompagnato da un consiglio di divinità che assistono nel processo di giudizio, enfatizzando ulteriormente la natura comunitaria di questo viaggio spirituale.

In questa intricata rete di esistenza, il mito della sepoltura celeste tibetana racchiude le credenze riguardanti la morte e la rinascita, collegando i vivi con il mondo spirituale. Serve come promemoria dell'impermanenza della vita, esortando gli individui a vivere con consapevolezza e compassione, poiché anche loro un giorno attraverseranno il Bardo e affronteranno le conseguenze delle proprie azioni. La sepoltura celeste, quindi, non è semplicemente un rituale, ma una profonda espressione della visione del mondo tibetana, dove vita, morte e rinascita sono intrecciate, ciascuna influenzando l'altra in un ciclo continuo di trasformazione e rinnovamento. Attraverso questa lente, il mito offre una ricca comprensione dell'esistenza, invitando alla riflessione sulla natura della propria vita e sull'eredità lasciata dietro di sé.